19 maggio

Montanelli su Marco Pannella



Urgente per Marco Pannella

                                                           Milano, 29 marzo 1987


Caro Marco,

tu dici che nell’arco di una settimana, io una volta ti insulto e una volta ti elogio. Tu lo fai con me nell’arco di ogni tuo intervento scritto o parlato, in fondo al quale arrivo sempre senza avere capito se mi consideri un genio o un imbecille, un santo o un farabutto. Ma lasciamo andare. Come sempre, dalla tua lettera non capisco nemmeno cosa hai voluto dire e cosa proponi. Se ti riesce condensare in due o tre cartelle (ma delle mie, non delle tue) un discorso sensato e intelligibile dai poveri lettori, sono a tua disposizione. Se mi fai uno sproloquio lo cestino. Adesso scegli tu, cercando di fare il possibile per risparmiarmi il rimorso di volerti bene.

Tuo, Indro.

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Da: Il giornale, 22 aprile 1979


“Auguri a Pannella”

Uno dei maggiori protagonisti delle prossime elezioni sarà Marco Pannella, e non soltanto per i guadagni che gli si possono fin d’ora accreditare. E’ una cosa che dispiacerà a molti nostri lettori che in Pannella vedono un impasto di demagogia, ciarlataneria e istrionismo. E non senza ragione. Demagogo, ciarlatano, e istrione, Pannella lo è. Ma non è soltanto questo. Lo definiscono anche un qualunquista, un Giannini di sinistra. Ma anche questo è un giudizio riduttivo. Con Giannini, Pannella ha in comune il gesto e il gusto della scena-madre, la capacità di cogliere immediatamente gli umori del pubblico, di colpirne la fantasia e solleticarne le emozioni. Ma Giannini si serviva di questi ingredienti per raccattare una protesta di retroguardia che disturbava senza inquietare perché senza sbocchi. Pannella coagula una protesta d’avanguardia che inquieta più di quanto disturbi perché di sbocchi ne ha, fin troppi. Anche come teatranti, la loro scuola è diversa: Giannini era uno Zacconi; Pannella, un Carmelo Bene.
Ma non fermiamoci a questo superficiale identikit. Se Pannella non fosse che un abile commediante, la sua commedia – alla velocità con cui oggi il pubblico divora i suoi mimi e giullari – sarebbe finita da un pezzo. Invece il suo indice di gradimento sale nonostante la congiura del silenzio ordita contro di lui dai grandi mezzi d’informazione, e il successo cresce: un successo che le sue personali doti – atletica aitanza, calore di simpatia umana, oratoria torrentizia, polmoni a mantice, ubiquità, immaginazione, rapidità di riflessi, sfrontatezza da grande meretrice – servono a meraviglia, ma non bastano a spiegare.
Il fatto è che Pannella, intelligenza intuitiva cui la cultura (ne ha) serve solo da pezza d’appoggio, ha capito più cose di quante non ne abbiano capite i politologi di professione. Ha capito anzitutto, e prima di chiunque altro, la crisi dei partiti. E infatti si è guardato bene dal fondarne uno. Il suo si chiama “Movimento”,  e lo è sul serio in quanto svincolato da ogni ancoraggio ideologico. Qualcuno dice che questa è la sua debolezza perché lo riduce a un ricettacolo.  Io credo che sia la sua forza perché in un’epoca di consumismo come questa, nulla si consuma più rapidamente delle idee: basta vedere in che condizioni sono tutte ridotte. Pannella ne ha anticipato e ora ne sfrutta la nausea puntando invece su valori che non si consumano mai, i diritti umani e civili. Ma da quello smaccato e geniale bugiardo che è, arraffatore e arruffatore di parole, questa battaglia tipicamente liberale in difesa dello spazio vitale dell’individuo contro la plumbea pressione della massa, la conduce come rivolta di massa, e da sinistra. Per capire Pannella (anch’io ci ho messo del tempo) bisogna rivoltarlo, come si faceva con le stoffe inglesi di una volta, il cui rovescio era meglio del diritto. Visto di faccia, è un brancaleone, uno sparafucile, un saccheggiatore di pollai, un gigionesco mattatore, capace di rubare il posto a un morto nella bara pur di mettersi al centro del funerale. Ma è anche lo sceriffo che, disarmato, va a sfidare il gangster nella sua tana. Anche noi abbiamo sempre sostenuto che i responsabili delle fosse ardeatine, prima di Kappler e Reder, furono gli scellerati che, messe le bombe in via Rasella, nascosero la mano e mandarono a morte gli ostaggi. Ma Pannella è andato a dirlo in casa comunista, e ora reclama sulla pubblica piazza la liberazione di Hess dal carcere di Spandau e il trasferimento delle ceneri dei Savoia nel Pantheon. Dicono che il suo coraggio è solo spavalderia. Sarà. Ma intanto solo un pazzo punterebbe due soldi sulla pelle di Pannella, che gira senza scorta per vie e vicoli di Roma, a disposizione di qualsiasi pistola (e di pistole interessate al suo bersaglio debbono essercene parecchie).
Noi, è ovvio, non possiamo pronunciarci in favore di Pannella: egli giuoca in un campo che non è il nostro. Ma quattro cose dobbiamo dire, da avversari di questo anomalo personaggio. La prima è che Pannella è, appunto,  un personaggio su una scena politica popolata quasi esclusivamente di comparse e coristi. La seconda è che i suoi digiuni sono autentici e le sue tasche autenticamente vuote. La terza è che, se domani ci sarà un regime- ipotesi che si fa sempre più possibile -, all’opposizione di questo regime ci saremo solo noi e Pannella, socio scomodo, ma  di tutta affidanza.
E infine dobbiamo riconoscere che fra noi e lui c’è, per così dire, un fatto di sangue. Anche se scatena la sua buriana da sinistra facendo d’ogni erba un fascio – aborto e bambini affamati, omosessuali e perseguitati politici – e chiama la sua gente “compagni”, ricordiamoci che Pannella è figlio nostro, non loro. Un figlio discolo e protervo, un giamburrasca devastatore, che dopo aver appiccato il fuoco ai mobili e spicinato il vasellame, è scappato di casa per correre le sue avventure di prateria. Ma in caso di pericolo o di carestia, ve lo vedremo tornare portandosi al seguito mandrie di cavalli e di bufali selvaggi, quali noi non ci sogneremmo mai di catturare e  domare.
Questo è Pannella. Voti non possiamo dargliene, ma ci auguriamo che sia lui a mietere quelli che non ci appartengono.

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