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21 giugno 2020

Indro e Karima



Indro e Karima

Quanto si assomiglia nello scialo di pregiudizio la guerra alle statue e alle persone

Stamattina, mentre leggevo l’articolo di Karima Moual sulla Stampa, ho avuto un attimo di smarrimento. Conosco Karima, abbiamo lavorato insieme, è brava, è un’amica. Questo posso dire: la stimo e le voglio bene. La sua era una riflessione attorno a Indro Montanelli e alla statua imbrattata, e si apriva – senza scandalo né autocommiserazione – sul tweet ricevuto da uno sciagurato che la chiamava puttana e le prometteva un coltello alla gola, ché non doveva permettersi di giudicare noi, italiani e bianchi. Ma non è stato quello l’attimo dello smarrimento. E’ stato poco più avanti, dove Karima scriveva del “nostro Paese”. Non capivo. Non mi tornava il ragionamento. Ho ricominciato il paragrafo e subito sono arrossito. Ho avuto dispiacere di me stesso. Il “nostro Paese” non era il Paese di Karima e di qualcun altro, era il nostro, il suo e il mio, come è logico che sia, come dovrebbe essere, senza l’eccezione di un solo istante.

Quanti pregiudizi ci sono dentro di me? Sono nato nel 1969, ero un bambino nella provincia bergamasca degli anni Settanta. Non esistevano immigrati. Nella nostra scuola di campagna arrivò un ragazzino di Imola (ciao Carlo), lo accogliemmo come fosse un virus, non era uno di noi, era diverso, lo chiamavamo l’imoloide con tutta la grettezza e la crudeltà, nella loro purezza, di cui sono capaci i bambini. Non durò a lungo, ma durò. Ci toccò, forse inconsapevolmente, giorno dopo giorno, di fare i conti col nostro pregiudizio.

Ma non è soltanto una questione razziale. Il pregiudizio prorompe cento volte al giorno, ho pregiudizi sulla gente che conosco, sui libri che leggo o non leggo, sulla musica, sulla politica. Ma il pregiudizio non è un guaio. Se non si ha un pregiudizio non si arriverà mai a un giudizio. Solo, al pregiudizio non si deve cedere, è un percorso obbligatorio, è un terreno minato da attraversare con estrema prudenza, badando a dove si mettono i piedi, cercando approdi più saldi. Il guaio è quando ci si ferma, sul pregiudizio, ci si piantano le tende, ci si saltella rabbiosi o gioiosi, e finisce sempre col saltare su una mina.

Il dibattito attorno a Montanelli, alla sua statua, alla sua sposa bambina già infibulata, non è stato tanto un dibattito quanto una sparatoria. Le truppe dietro le barricate.

A me fa spavento. Questa storia risalta fuori ogni due anni e ogni due anni si dicono le stesse cose, si riformano le stesse fazioni, ci si mena per un po’ e quando la roba è venuta a noia si rimanda alla prossima. E succederà quando qualcun altro si imbatterà nella vicenda, a lui fin lì sconosciuta, e la ributterà al centro della piazza con un moto di stupore davanti al disvelamento: ma allora Montanelli non era un santo! Era uno stronzo pure lui, come noi, peggio di noi! Va avanti così da decenni, oggi col contributo in frastuono del moltiplicarsi dei giudici e del loro martellare sulla tastiera.

Intanto, per inciso, vorrei dire che le statue non si erigono per celebrare la santità di uomo, sennò non se ne erigerebbero, ma per ricordarci che dalla pusillanimità, dalla piccineria, dal disastro quotidiano di esseri imperfetti talvolta capita di uscire e tracciare la strada giusta. La statua di Churchill non è la statua a un colonialista, a un razzista, a un misogino, non è la statua a una biografia, è la statua a un uomo incaricato dagli eventi di essere più grande di sé stesso, a mettersi sulle spalle l’Europa schiacciata dal nazismo, a indicare al mondo che a Hitler si poteva non cedere, a compiere il primo passo verso la resurrezione.

Quanto a Montanelli, a me vengono i brividi solo all’idea di impancarmi ad arbitro della sua vita, io che l’ho amato ma non l’ho mai idolatrato. Penso che ora non gli è consentito, in difesa, nemmeno uno sguardo di spregio. Posso dire che il ragionamento di Karima e di altri, dispiaciuti che fino all’ultimo Montanelli non abbia manifestato mezzo dubbio, forse a rendere indisponibile il passato colonialista e un’indole maschilista, è un ragionamento serio e su cui si potrebbe insistere. Posso aggiungere che un uomo che fu fervido fascista, poi antifascista, poi condannato a morte dai nazisti, poi anticomunista, poi gambizzato dalle Brigate rosse, era probabilmente animato da un orgoglio allergico all’ipotesi di lasciarsi istruire altri processi. Posso aggiungere che a un’esistenza così ricca e complessa, esuberante di bassezze e soprattutto di altezze, ci si dovrebbe accostare con un supplemento di cautela. Posso aggiungere, infine, che l’orda di meschini, cui non è parso vero di abbattere Montanelli nell’incapacità di elevare sé stessi, mi fanno tanto dispiacere quanto io ne ho fatto a me, in quell’attimo di smarrimento.

A cura di Mattia Feltri. Fonte: HuffPost



     

 
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